Lettera alla figlia del Tipografo

Autore: Leo Longanesi
Editore: Antezza
Categoria: Cultura e letteratura

Frequentavo, nel ’57 il Liceo Classico della mia città, Matera, quando Leo (Leopoldo) Longanesi morì, poco più che cinquantenne a Milano: era nato a Bagnocavallo nel 1905. Ma era, per me, già uno di famiglia: contendevo il Borghese a mio padre e divoravo i suoi pamphlet: Il destino à cambiato cavallo e Ci salveranno le vecchie zie con quelle inconfondibili e sobrie copertine color muschio opaco. La biblioteca di papà - più letteratura che iure - era un opulento granaio (Parliamo dell’elefante, Una vita, Un morto fra noi e quel piccolo grande capolavoro di Diavolino storia di un babau le cui incisioni a colori sono un seme riconoscibile di paternità) e ho continuato - e continuo - a rincorrere il piccolo grande genio che rivoluzionò ebdomadari ed editoria e ci ammalia sempre con i suoi disegni e le sue incisioni. Talento irripetibile, dissacratore e fustigatore della borghesia “stanca”, scopritore di uomini (Il sofà della muse, collana rizzoliana da lui diretta si apre con Il deserto dei tartari di Dino Buzzati!), folgorante interprete di vite e tempi ha attraversato il Novecento - il fascismo e l’afascismo - da spirito libero e irriverente (imperando il fascismo, fa conoscere in Italia, su Omnibus, Hemingway, D.H. Lawrence e Steinbeck e schiaffeggia Toscanini, che si rifiuta di dirigere Giovinezza). La Lettera alla figlia del Tipografo, il cui testo già era apparso nel 1928 ne “L’Italiano”, vede la luce postuma per le Edizioni All’Insegna del Pesce d’Oro, di Scheiwiller, in 1000 copie (la mia è la numero 797) ed è ancora oggi un dardo, incorniciato con dolcezza e forza, contro la sciatteria dei tempi e la oclocrazia dilagante. E nella corposa ed elegante solidità dei caratteri creati dal saluzzese Bodoni si ritrova lo spirito elitario e borghese (della borghesia che crea e non si piega) di Leo Longanesi e con la riproduzione del frontespizio del volumetto dedicato al Bodoni dal grande editore genovese A.F. Formiggini (che per contrastare le leggi razziali si suicidò volando dalla Ghirlandina di Modena) ricongiungo, così, le anime di due italiani introvabili.